Milano, 1930-2002.
Aricò negli anni settanta diviene per l’Europa un punto di riferimento di quella corrente internazionale che negli Stati Uniti prende il nome di Post-Minimal Painting di cui fanno parte Robert Ryman, Agnes Martin, Robert Mangold e Brice Marden o Pittura Analitica nella definizione italiana, nella quale si possono includere anche Claudio Olivieri, Giorgio Griffa ed altri, cioè una riflessione intima dell’artista sul suo ruolo e sul fare pittura che si distacca completamente dai condizionamenti della realtà.
Frequenta il Liceo Artistico di Brera con Guido Ballo, nel 1950 l'Accademia e poi la Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Nel 1959 tiene la sua prima mostra personale al Salone Annunciata di Milano. Nel 1964, invitato alla Biennale di Venezia, espone un’opera formata da tre grandi tele in cui le forme quadrate sono disposte diagonalmente. E' un anticipo del primo “oggetto” del 1966, quando la sua pittura comincerà ad acquistare consistenza, organizzandosi su strutture sagomate. Solo nel 1968 però, con la sala personale alla XXXIV Biennale di Venezia, il carattere strutturale dei suoi quadri-oggetti si manifesterà nella sua piena tridimensionalità.
Nel 1970, al Salone Annunciata e allo Studio Marconi, espone opere realizzate spruzzando vari strati di gocce di colore. Il risultato pianamente monocromo è tale solo in apparenza in quanto, secondo Gillo Dorfles, la sua pittura resta “cromaticamente ambigua”. Infatti come le sagome, grandi o piccole, generano una sorta di “incertezza percettiva” quasi come se “prendessero in giro la continuità prospettica”, allo stesso modo i colori uniformi presentano in realtà molteplici sfumature, per cui i blu, i lilla, i viola trasmigrano uno nell'altro, rendendo il risultato finale tutt’altro che circoscrivibile, ma piuttosto “un atto di attesa, di ipotesi”. E lo stesso Artista, in una intervista con Ballo dichiara a proposito del colore che esso “non è un elemento aggiuntivo, ma costitutivo…che tende sempre all'improbabile, al mutevole, all'esistenza appunto”.
Nel frattempo studia la pittura del Quattrocento che sfocerà nelle opere “Arco”, “Quattrocento”, “Prospettiva per Paolo Uccello”. Nel 1974 tiene un'antologica a Palazzo Grassi a Venezia dove riunisce il corpus delle sue opere, tutte tra i quattro-sei metri di base, e concepite sin dal 1968 come un work in progress. Nel 1980 si tiene a Mantova, nella casa del Mantegna la mostra “Rodolfo Aricò. Mito e architettura”. Il curatore Gianni Contessi descrive “gli inganni architettonici” dell'Artista, riprendendo il discorso da quella sensazione di ambiguità già descritta da Dorfles, non come costruzioni concrete e rigidamente definite, ma piuttosto come il tentativo di dar corpo al mito dell'architettura.
Nel 1986 è invitato a partecipare ad una mostra itinerante “1960/1985 Aspetti dell'arte italiana” al Kunstverein di Francoforte, Berlino, Hannover, Bregenz e Vienna. Sempre nello stesso anno invia una struttura alla Biennale di Venezia nella sezione “Il colore”. L'anno dopo viene invitato da L. Meneghelli ad una mostra intitolata “20 anni fa” con Boetti, Gilardi, Kounellis, Paolini e Pistoletto allo Studio La Città di Verona. Partecipa anche all'esposizione intitolata “Emotion und method” a cura di Eberard Simons alla Galerie der Kunstler a Monaco.
Negli anni Novanta si succedono numerose esposizioni in Italia e all’estero tra cui quelle di Milano, Stoccolma, Schwaz, Koln, Bergish Gladbach, Venezia, Urbino, Roma