Senigallia, 1925 - 2000.
Mario Giacomelli, uno degli autori italiani più conosciuti nel campo della fotografia, ha messo in piedi una visione personalissima di un lontano e mitico mondo rurale; un viaggio ancestrale ed evocativo in luoghi perduti nella nostra memoria, una fotografia di meditazione ed estemporanea allo stesso tempo. Il suo modo di fare fotografia non è poesia, nè un semplice esercizio stilistico, ma solo il mezzo attraverso il quale trovare quei luoghi nei quali è possibile sviluppare l’immaginazione ed il pensiero.
Le fotografie appaiono proprio come sogni, surreali momenti interiori che dalla realtà traggono solo l’estetica narrativa, ma che nella realizzazione, nella presentazione al pubblico, nello stile, nella tecnica sono finestre sull’io del fotografo. Così è in gran parte della sua produzione, una produzione segnata dalla ricerca costante di spazi visivi nei quali sfogare le proprie paure e incertezze, i propri incubi. Le fotografie hanno uno stile secco, dai forti contrasti, dove immagini scure di persone, come ombre e fantasmi sembrano stagliarsi in un ambiente chiaro e morbido, in un presente reale e statico, immobile.
Nel 1954 si avvicina da amatore al mondo della rappresentazione fotografica e, dopo aver conosciuto Giuseppe Cavalli, entra a far parte del gruppo “Misa” assieme a Piergiorgio Branzi, Vincenzo Balocchi, Alfredo Camisa, Paolo Bocci, Ferruccio Ferroni ed altri. Nel 1955 inizia a lavorare alla raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, frequentando gli ospizi di Senigallia. È indubbiamente uno dei lavori più interessanti di Giacomelli, ricco di contrasti e di visioni, di situazioni angosciose, di un senso estetico della morte non trovabile in altre opere di fotografi a lui contemporanei. Il lavoro negli ospizi è stato un lento peregrinare nella memoria o forse un’esigenza di ritrovare le atmosfere dell’infanzia. Diceva di quei suoi lavori: “...volevo rendere quello che avevo dentro di me: la paura d’invecchiare, non di morire, il disgusto per il prezzo da pagare alla vita”. L’esperienza durò fino al 1968.
Contemporaneamente affronta il tema del paesaggio rurale con “Terra” (1955-1968) e “Natura morta” (1955-1956). Del 1957 è la raccolta “Lourdes”; degli anni 1957-1959 uno dei suoi lavori più celebri “Scanno”; del 1958 “Puglia” e “Zingari”. Negli anni seguenti la ricerca si concentra sul paesaggio che la memoria trasformava, sotto i segni del lavoro dell’uomo, in una dolorosa confessione autobiografica. Scrive Arturo Carlo Quintavalle: "L’intera fotografia di Giocomelli si può leggere come autoanalisi e se si dovesse indicare per essa una valenza questa pare essere l’angoscia e la pulsione di morte unita insieme ad un mitico sogno, quello della memoria che, come ogni ricordo, è amore".
Nel 1960 lavora ad “Un uomo, una donna, un amore”; nel 1961 a “Mattatoio”; nel 1962-1963 lavorò a “Io non ho mani che mi accarezzino il viso”, conosciuta anche come “Pretini”. Del biennio 1964-1965 è la serie “La buona terra”, mentre al triennio 1971-72-73 risale “Spoon River Anthology”, ispirata alla poetica di Edgar Lee Master. Nel 1974 si reca in Etiopia, dove realizza la raccolta “Perché”, mentre continua, fino agli anni '80, a fotografare paesaggi.
Ispirato alla poetica di Vincenzo Cardarelli è infine “I racconti”, ultima sua fatica, del 1990.