Bologna, 1890 – 1964.
Nato in una famiglia della piccola borghesia cittadina, Giorgio Morandi nel 1907 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna ove si diploma nel 1913, quando già hanno visto la luce le sue prime prove significative. Sono infatti del 1910 i “fragili testi” di studente dell’accademia (Nevicata, Periferia). Gli amici degli anni di formazione sono Osvaldo Licini, suo compagno d’Accademia, Severo Pozzati, Mario Bacchelli e di Giacomo Vespignani. Con loro, l’artista espone nella famosa mostra dell’Hotel Baglioni, sulla cui scia nascerà, attraverso Balilla Pratella, il rapporto con il gruppo futurista con il quale Morandi esporrà nello stesso anno alla Galleria Sprovieri di Roma.
Contemporaneamente il pittore partecipa alla seconda mostra della Secessione romana. Forte in questi anni è anche l’impulso a sperimentare e verificare in se stesso le possibilità di immagine che la cultura internazionale offre. I rimandi sono fittissimi, i rapporti culturali continui. Così, se per le “Nature morte” con oggetti a tortiglioni e per i “Fiori” del 1915 il riferimento d’obbligo è Rousseau, fondamentali per la scelta metafisica saranno nella primavera del 1918 gli articoli e le riproduzioni apparsi sulla rivista bolognese diretta di Giuseppe Raimondi “La Raccolta”.
Nella seconda metà del 1919 Morandi si accosta al gruppo di “Valori Plastici” e recupera la fisicità delle cose. Con il gruppo espone a Berlino, Dresda, Hannover e Monaco nel 1921 e l’anno seguente alla Fiorentina primaverile con la presentazione di Giorgio de Chirico, il quale suggerisce per lui la frase “metafisica delle cose quotidiane”. Dopo un momento di inquietudine sottile, e dopo le tensioni e i fremiti dei dipinti degli anni 1929-1937, Morandi perviene a un meditato controllo dei sentimenti, a quella “poesia del limite”, che contraddistinguerà le sue opere.
Mentre partecipa alle iniziative del gruppo del “Novecento”, l’artista è in relazione anche con gli uomini del “ Il Selvaggio” e con Leo Longanesi, cui è legato da una lunga consuetudine di dialogo culturale ed amicizia. Nel 1930 gli viene assegnata per chiara fama la cattedra di Tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nello stesso anno è presente alla Biennale di Venezia con quattro acqueforti e una cartella di incisioni. A Venezia ritorna anche due anni più tardi con un Ritratto, due Nature morte e diverse prove grafiche.
Nel 1929 e nel 1939 è presente alle edizioni del Premio Carnegie a Pittsburgh. Nel marzo 1932 gli viene dedicato un fascicolo intero de “L’Italiano” con un importante scritto di Soffici e riproduzioni di numerose opere. Si avvia così quella consacrazione che negli anni seguenti sarà confermata da riconoscimenti critici che costruiranno di Morandi l’immagine ufficiale per decenni non più messa in discussione. Dal 1937 i suoi dipinti sono diventati sempre più “preziose gemme d’arte, sempre meno brani di natura”: a tale risultato contribuisce in maniera determinante la frequentazione di Roberto Longhi, che giunge a Bologna nel 1934.
Nel dopoguerra e negli anni Cinquanta Morandi si arrocca sempre più su posizioni di altissima poesia e di distacco dai dibattiti di tendenza e di situazione. Negli ultimi dipinti degli anni Sessanta la sua altissima poesia si sottrae ancor più al mondo, popolandosi di spettri di solitudine e di memoria irripetibili. Le grandi mostre antologiche, a partire da quella bolognese del 1966 fino alle recenti iniziative organizzate in Italia e all’estero dall’Archivio Morandi, ora Museo Morandi, del Comune di Bologna, hanno contribuito a far conoscere sempre meglio agli studiosi e al pubblico italiano la personalità dell’artista ormai concordemente considerato tra i maestri internazionali dell’arte del XX secolo.