Galati, Romania 1930.
Romeno di nascita, vittima delle persecuzioni naziste, rappresentante tra i più originali del Nouveau Réalisme, Daniel Spoerri è arrivato all'arte attraverso la danza, il mimo, il teatro, ha aperto poi ristoranti e imbandito banchetti entro gallerie d’arte, attribuendo ai critici il ruolo di camerieri; è stato poeta e scrittore, ha aderito a Fluxus e ha ideato con altri le edizioni “MAT”, multipli d'arte. Grande viaggiatore che ha poi stabilito la sua residenza in Toscana, personalità poliedrica e complessa che dichiara: “Vorrei che si dicesse di me che ho unificato in una vita, la mia, molte vite diverse”.
La capacità di vedere il reale da inediti punti di vista, l’ispirazione poetica priva di preconcetti, liberamente dissacratoria, esercitata in assurdi assemblages di oggetti pescati nei mercati o nelle discariche, assieme alla sua innata abilità di “metteur en scene” ne fanno il personaggio al quale, all’interno del movimento, meglio si addicono le parole di Pierre Restany, che ne fu il teorico: “Questi nuovi realisti considerano il mondo come un quadro, la grande opera fondamentale di cui si appropriano certi frammenti dotati di significato universale. Ci mostrano il reale negli aspetti diversi della sua totalità espressiva”.
La più efficace sintesi della sua poetica sta forse nella Eat Art, un lungo discorso attorno al cibo, all’alimentazione, al rituale del pranzo e del banchetto, in cui le opere d’arte sono realizzate con materiali commestibili: nel '70 realizza a Milano un Eat Art Dinner in cui opere di Klein, Arman, Cesar ed altri nouveaurealistes sono servite e consumate durante un banchetto; organizza a Dusseldorf una memorabile Eat Art Exhibition, allestisce cene-happening in cui sono protagonisti i celebri “tableaux-pièges” (quadri-trappola), resti di un pasto apparecchiato, rimasugli di oggetti quotidiani fissati nella loro squallida banalità, tracce del vissuto deteriorate dall’uso: tavoli apparecchiati con piatti e bicchieri usati incollati in una immobile eternità, avanzi di cibo, bottiglie di vino a metà, mezzi pacchetti di sigarette, portacenere con mozziconi spenti, tovaglioli sporchi e spiegazzati, macchie di bevande costruiscono assemblages di rivoltante sudiciume, metafora di una vita effimera, in cui tutto è destinato a divenire rifiuto e relitto.
L'intenzione di Spoerri, infatti, non è tanto quella di produrre un'opera d'arte quanto di bloccare un momento nel suo accadere temporale. Ricompare così (non è un precedente casuale l’amicizia con Marcel Duchamp e Man Ray) il concetto dadaista dell’artista che trasforma l’oggetto comune in oggetto artistico solo attraverso il potere del suo gesto demiurgico, nel caso di Spoerri con risultati talvolta inquietanti e cupi, in relazione all’uso di oggetti macabri che richiamano l’idea della morte, conservando tuttavia nella sua opera sempre un tono popolare che la rende accessibile ed accettabile da un vasto pubblico.
Dopo aver vissuto a New York, in un’isola greca, a Dusseldorf, nei dintorni di Parigi e in altre parti del mondo, negli anni novanta l’artista è approdato sull’Amiata dove ha dato vita al progetto di un parco che finalmente ha visto la luce con la nascita della Fondazione “Il Giardino di Daniel Spoerri. Hic Terminus Haeret”. Il Giardino di Spoerri richiama il Sacro Parco di Bomarzo, lo stravagante giardino Cinquecentesco commissionato da Vinicio Orsini per la moglie scomparsa, che già aveva entusiasmato l’artista fin dal suo primo viaggio nel 1964. In questo allestimento Spoerri si mostra non solo un grande autore, ma anche un sapiente regista, riuscendo a coordinare magnificamente il proprio lavoro con quello di molti altri artisti. Nel parco è riuscito a trovar posto e ragion d’essere a forme d’arte disparate, unite dal collante dell’amicizia, ma anche da una consonanza tra la poetica dell’oggetto e il concettuale, due aspetti che ritroviamo accomunati nel lavoro dell’artista